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(1818-1821) Agostino Tommasi "la Vittima"

Il Tommasi nacque a Napoli, iniziando gli studi letterari in città, passando poi alla scuola latinista del Campoluongo (ex allievo del seminario aversano).
Proseguì gli studi presso altri maestri, che gli insegnarono teologia, morale e diritto canonico.
Diventò Sacerdote e visse quasi appartato in Napoli, ma non fu esente da vari incarichi, sia disciplinari che amministrativi.
Pertanto era reputato un Sacerdote zelante e di ottimi costumi. Aveva un fratello, di nome Donato, che divenne Ministro di Grazia e Giustizia nel regno napoletano.
Il Tommasi, perciò, fece le sue amicizie, oltre che nel buon napoletano, pure presso la corte austriaca e romana, tramite quindi suo fratello. Forse, la stessa autorità del fratello gli giovò per essere nominato Vescovo di Aversa, nel giugno deI 1818, raggiungendo la sede solo dopo pochi giorni (il 7 giugno).
Sin dal suo possesso, si notò quali erano le inclinazioni: sfarzo, autorità, severità ed assertore del diritto e del protocollo.
E' passata alla storia la frase del Tommasi: io ho il braccio lungo, volendo convincere delle sue diverse amicizie con la sicurezza di arrivare ovunque.
Queste disposizioni del Tommasi servirono però ad affermare in Diocesi il diritto vescovile (specie in quei tempi inficiato), poiché, servendosi delle sue amicizie, riacquistò per la Mensa vescovile il lago di Patria, usurpato da altri.
Si dice essere stato troppo rigoroso ed esigente col clero, mentre coi seminaristi fosse stato troppo blando ed accondiscendente.
Giova ricordare che operava all'epoca una società segreta, la famosa Carboneria, ed il Tommasi, Iigio e fedele interprete delle leggi ecclesiastiche, non cedette e neanche tentennò alle minacce della setta segreta.
L'epoca permetteva limitati spazi per libertà di pensiero e per l'azione, perciò spesso si manifestavano rivoluzioni.
Avverandosi mutamenti politici nel 1820, il Donato - fratello del Vescovo - fu allontanato dal Ministero: la proclamazione della Costituzione cacciava i monarchici. Il reame napoletano era in mano ai rivoltosi sobillati dalla Carboneria, e così avvenne in Aversa.
Nella notte, di fatto, tra il 7 e l8 luglio deI 1820 Aversa era quasi assediata da armati che aizzavano la folla scriteriata.
Si era deciso di mettere in prigione il Tommasi, ma, non potendolo fare, si chiedeva l'assenso del giudice; nel frattempo il Vescovo si allontanava da Aversa rifugiandosi a Napoli, presso la casa dei Verginisti (figli di San Vincenzo dei Paoli, quartiere verso la Sanità).
La Diocesi aversana, nel contempo, era retta dal canonico Pelliccia, Vicario vescovile, mentre il clero era diviso in due fazioni: quelli che erano per la Costituzione e quelli che erano contro.
Fu designato, per dirimere la contesa, un altro canonico, il Mormile. Ma i monarchici si prepararono alla riscossa ed ebbero la meglio; così il Vescovo, nel 1821, dopo che il re era tornato, fece di nuovo il suo ingresso in Diocesi e, per insinuazioni e per motivo di prestigio, colpì i sacerdoti ribelli, e diversi persero il beneficio, tra questi il Mormile.
Costui viveva con due nipoti, che lo accudivano e nel tempo stesso sbarcavano il lunario; allorché il Tommasi privò del beneficio lo zio, una dei due nipoti affrontò sulle scale dell'episcopio il Vescovo, esponendo lo stato miserevole in cui si trovavano, ma - dice la cronaca - non fu ascoltata. Nel tornare a casa, il fratello, secondo nipote del Mormile, venuto a conoscenza della risposta negativa del Vescovo, designò di ucciderlo e subito.
Era il 9 settembre del 1821, ed il giovane, saputo che il Vescovo doveva rientrare in episcopio, lo appostò con un archibugio diverso tempo, in via Umberto I (Seggio), nelle vicinanze della chiesa di S. Antonio; arrivando il Tommasi già a tarda ora, in carrozza, si accostò al cavallo ed intimò al cocchiere di fermare, sparando con precisione sulla carrozza alcuni colpi, che arrivarono al Vescovo sulla faccia e al collo, freddandolo quasi all'istante.
Si disse che tale triste evento sia stata opera della Carboneria, c'è invece chi accetta lo sdegno del giovane - costretto alla miseria - per punire un uomo di carattere duro.
Dopo i funerali, che tanto fecero parlare i contemporanei, il Vescovo Tommasi fu sepolto nel luogo riservato ai Presuli del Duomo.

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