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La scelta di Francesco «Seguire le orme di nostro Signore Gesù Cristo» (1Pt 2,21)
Ovvero: Il Cammino di un'«Intuizione»

«Chi ha capito bene il cristianesimo, che forse è stato l'unico interprete totale del cristianesimo che la storia della chiesa ha avuto, è stato Francesco d'Assisi. Lui, il «somigliantissimo a Cristo», ci testimonia la possibilità di vivere di Cristo, in Cristo, per Cristo.
Nella 1 lettera di Pietro al cap. 2,21 leggiamo: «A questo siete stati chiamati: Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme - tracce»
«Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le tracce, le orme». In Cristo si sono resi visibili la Parola e la Volontà di Dio, poiché in lui è stato rivelato al discepolo, la destinazione a cui è chiamato. Quell'essere servo, poiché Cristo si è manifestato, innanzitutto, come Servo del Signore. E questo è la condizione in cui il cristiano può sentirsi veramente libero. Quindi, Cristo, nel suo abbassamento, nella sua sottomissione, ha dato un esempio, perché i cristiani ne seguano le tracce.

Allora, vero fondamento dell'obbedienza dei cristiani è la contemplazione di Cristo «Servo di Dio», colui che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di schiavo» (Fil 2,7).

A che cosa è chiamato il cristiano? «Ad essere come Cristo» è la risposta di Pietro, cioè ad assumere i suoi tratti; più semplicemente, il compito primario del cristiano è quello di vivere la vita che Gesù Cristo ha vissuto. Cristo è il «modello» di tutti i credenti, Cristo è la lezione, l'esempio da riprodurre, il paradigma, perché in una certa misura il cristiano «riscrive» la vita di Gesù nella propria carne e così ne segue le tracce, le orme. E Pietro utilizza un'immagine di grande concretezza e immediatezza. Addirittura impiega un termine scolastico preciso: «hypogrammòs», che indica il modello di scrittura, la traccia che lo scolaro doveva copiare per imparare a scrivere. Allo stesso modo, dice Pietro, Cristo è il modello da riprodurre, è il paradigma. Non si tratta - vedete - di ripetere o imitare un singolo aspetto della sua vita, ma di ripercorrere l'intera via da lui tracciata, di ricalcare le sue orme, ciascuno nella e attraverso la propria vita, la propria vocazione, la propria collocazione nel mondo. Ecco a cosa è chiamato il cristiano, a questo e a nient'altro. Non ci sono vie preferenziali per nessuno. Né per i monaci, né per i religiosi, né per i presbiteri, ma per tutti i cristiani c'è un'unica strada: seguire le orme di Cristo. Questa chiamata, quindi, è rivolta a tutti, senza eccezioni: seguire, andare dietro, ricalcare le tracce del passaggio di Cristo. «Io vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15).

E qui Pietro usa il verbo «(ep)akolouthèo», proprio dei Sinottici, tipico dei racconti di chiamata (Mt 4,19-22; 8,19-22; 9,9; Mc 1,16-20; 2,13-14; Lc 5,1-11.27-28; 9,57- 62; Gv 1.43-44), il «seguire, andare dietro, Cristo». Cioè, il verbo diremmo tecnico della sequela. Ma Pietro cerca di riattualizzare questo verbo. Ormai Cristo non cè più. Allora si trattava di seguire Cristo materialmente. Ma, adesso, quando Pietro scrive, Cristo non c'è più, è asceso al cielo. C'è una separazione che i cristiani, la Chiesa deve saper portare. E, allora il verbo non può più essere «akolouthèo», ma «epakolouthèi», «seguire andando dietro», «seguire, seguendone le tracce». Cristo ci ha lasciato delle tracce, delle orme. Allora, i cristiani lo amano senza vederlo? Credono in lui senza averlo visto? Bene. Lo seguono, seguendone le orme, seguendone le tracce.


Gesù spesse volte aveva manifestato ai discepoli la sua qualità di servo, fino a lasciare loro il gesto paradigmatico della lavanda dei piedi, compito abituale dello schiavo: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,13-15). Così anche Luca: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (22,27). In questo brano di Luca si dice che sorse una discussione, una «contesa» tra i discepoli su chi, tra loro, è reputato maggiore/grande, rispetto agli altri. Gesù risponde, mettendo fine a questa discussione sempre presente tra i suoi, dicendo: «Voi però non agite così (riferendosi ai re e ai capi delle nazioni); ma chi tra voi è il più grande diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». Se dovessimo tradurre letteralmente questa parola di Gesù avremmo: «Voi però non siete così, ma il maggiore fra voi divenga come il minore (più piccolo o più giovane) e chi comanda come chi servo. Chi infatti è maggiore: il giacente (a mensa) o l'inserviente? Non il giacente? Io ora sono in mezzo a voi come l'inserviente» (Lc 22,24-27). «Il più grande si faccia servo di tutti e il più piccolo di tutti, il minore». «Io vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io fate anche voi». E' molto bello! L'esempio. Bella questa parola che usa Giovanni: cioè, il «tipo», il «prototipo», il «modello da seguire». Dice l'apostolo Paolo nella lettera a Tito: «E' apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna (educante noi) a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tito, 2,11-12). Ecco, «Cristo ci è dato per insegnarci, educarci a vivere in questo mondo», cioè, letteralmente, «Cristo ci è dato per insegnarci a vivere nel secolo presente».

Allora, se io voglio «seguire le orme» di Cristo Gesù dice - Francesco - devo fare anche io come ha fatto lui. Punto. Cosa ha fatto lui? Lui si è messo ai piedi di tutti. Chi sono i Frati Minori, secondo Francesco? Secondo Francesco i Frati Minori sono coloro che sono «sottomessi» a tutti, coloro che si «sottomettono» = «si mettono sotto i piedi» di tutti. Di tutti! Non solo di tutti gli uomini, ma anche degli animali, per Francesco. Almeno così è lui lascia scritto. I Frati Minori sono sottomessi a tutti, sono coloro che devono lavare i piedi a tutti.

«Siate sottomesi ad ogni creatura umana per amore del Signore» (1Pt 2,13). Pietro, il capo degli apostoli, raccomanda la sottomissione. Esorta, cioè, ciascuno a «prendere il proprio posto», in una disposizione ben precisa, la disposizione creazionale. E questo, dice, «per amore di Dio».

Sapete cosa vuol dire «essere minori»? Vuol dire «abbassarsi» e, inevitabilmente, stare ai piedi di una persona significa che, forse, quella persona può anche mettermi i piedi sulla testa. Ma a me questo non mi va. Capite? Allora, Frate Minore, secondo Francesco sono quelli che, come Gesù ritrovano la propria immagine, l'immagine del proprio volto, la propria identità, specchiata nell'acqua dove dentro ci sono i piedi dell'altro in attesa di essere lavati. (C'è un'immagine di un pittore contemporaneo tedesco che ritrae la lavanda dei piedi dove Gesù è ripreso di spalle, rivolto verso il catino e il suo volto si rispecchia nel catino, mentre sotto l'acqua si vedono i piedi di Pietro). La mia immagine, l'immagine del Frate Minore, è sui piedi dell'altro. E' per questo che Pietro fa tanta fatica a farsi lavare i piedi dal Signore. E Pietro è come noi. Noi siamo come lui. Facciamo fatica. Capite che cosa vuol dire conversione. Vuol dire ribaltarsi dentro. Vuol dire avere un rapporto diverso con i fratelli e le sorelle, con le cose. Tutto il mondo diventa, in questo modo, fratello e sorella. Il Cantico delle Creature non è nato da una esigenza lirica di Francesco che, ad un certo punto, si sente chissà che cosa dentro e si mette a cantare. Voi sapete che il Cantico delle Creature, Francesco lo ha scritto, lo ha cantato, mentre stava nella capannuccia di frasche vicino al convento di S. Damiano, malato e immobile e i topi, nel frattempo, gli rosicchiavano i piedi. E non ci vedeva. Era cieco. Francesco canta questa nuova relazione con Dio, con i fratelli e con il creato. Che non ha niente a che fare con Giustizia, pace e Salvaguardia del Creato. E nemmeno con l'Ecologia. Povero Francesco! Francesco è stato semplicemente un uomo capace di ritrovare il suo volto sul volto degli altri, la sua identità rispecchiata sui piedi degli altri. Questo è il Frate Minore, secondo Francesco.

Ma è stato tutto chiaro sin da subito per Francesco? La sua «scelta» è stata lampante, certa, senza dubbi, senza tentennamenti, senza resistenze?
Forse conviene, a questo punto, ascoltare lui che ci parla di se.
Il Testamento: Il cammino di un«Intuizione»

Dal vocabolario (DIR) Intuire = Afferrare con la mente in modo immediato, senza l'intervento della riflessione, del ragionamento, per una sorta di illuminazione interiore, di atto istintivo che permette di cogliere la sostanza di una situazione, e i modi migliori per risolverla. Avvertire spontaneamente. In filosofia = Comprendere con una percezione immediata, senza ricorrere ai procedimenti della ragione. Intuizione = Forma di conoscenza immediata, istintiva, , ottenuta mediante una percezione diretta, contrapposta ad ogni conoscenza di carattere logico, razionale. Idea brillante, folgorante. L'esperienza conoscitiva caratterizzata dal rapporto diretto del soggetto conoscente con il soggetto conoscibile, il quale risulta così immediatamente presente alla coscienza, senza la mediazione della ragione. Nella concezione mistica cristiana l'intuizione corrisponde alla Visione beatifica di Dio, ottenuta per virtù della Grazia.
Etimologicamente: dal latino in (= dentro) e tueri (= guardare) = guardare dentro. Percezione subitanea senza riflettere a lungo. Capire al volo.

Il Testamento è uno scritto selettivo, composto qualche mese prima di morire, dove Francesco coglieva soltanto l'essenziale della sua vita, tralasciando il resto. Ci parla di sé, della sua vocazione, del suo itinerario di scelta. E qui, in questo scritto, Francesco, definì momento capitale della conversione il suo rivolgersi ai lebbrosi, una realtà che prima fuggiva. Scrive: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» (Test. 1-3: FF 110).

C'è, dunque, un momento che Francesco considera decisivo e che riepiloga il cammino della sua iniziale conversione. E questo momento lo possiamo definire come il passaggio da una condizione sociale ad un'altra, l'accettazione del proprio inserimento in una marginalità, lingresso fra gli esclusi. La scelta - vedete - opera dei cambiamenti. Il Testamento è una «recordatio», è un ricordo, è un memoriale. E' la mappa del percorso di conversione di Francesco, E, i tutto, è detto senza vanità alcuna. Perché, se ci fate caso, non c'è un «io» recitante. Francesco non dice: «io ho fatto», «io sono andato», «io ho realizzato»... Ma dice, semplicemente, «Il Signore concesse a me», «Il Signore mi rivelò», «Il Signore mi condusse»... Ecco, qui, uno dei travisamenti del testo. «Il Signore mi condusse», cioè: «mi spintonò dalla parte dove io non sarei mai andato perché era la parte che non mi piaceva, che non apparteneva alla mia vita estetica. La parte degli ultimi, degli emarginati, degli esclusi». Allora: «Il Signore mi rivelò» = Cristo, verità «Il Signore mi condusse» = Cristo via «Il Signore mi donò» = Cristo, vita, il grande elemosiniere. Ma, andiamo con ordine. O, almeno, ci proviamo.

1. S. Damiano: il nascere dell'«Intuizione»

«Quando ero ancora nei peccati» Francesco era un giovane allegro, era un mercante capace. Non era un prepotente. Abile negli affari, amante del fasto, del lusso, dedito ad uno stile di vita che lo ponesse in luce per generosità, larghezza di mezzi, per eleganza, cortesia, con l'aspirazione ambiziosa a primeggiare, a essere sopra gli altri: credeva di poterlo fare per la sua ricchezza e per quanto questa poteva dargli, guardando ad un futuro di prosperità e grandezza (Manselli, 53). Era di famiglia ricca, ricchissima, anzi, apparentemente al più alto livello del ceto mercantile della sua città. Il padre, Pietro di Bernardone, era commerciante di stoffe preziose. Si recava spesso in Francia per affari: importatore delle stoffe di lusso. Una ricchezza non comune, la cui importanza psicologica va sottolineata, se vogliamo comprendere quelle che sono state chiamate la «dissipazione» e la «conversione», poi, di Francesco. E' questa ricchezza erano accompagnate, nel padre, da un amore per il denaro, da un desiderio di procurarsene altro, da un'attività intensa d'affari, che possiamo quasi definire «mentalità capitalistica». La Chiesa del tempo condannava l'attività commerciale perché considerata di per se stessa, peccaminosa e sorgente di peccati (fino allusura). La ricchezza porta la male, allo sperpero, è tentazione, è avviamento al peccato, inducendo i genitori a colpevoli arrendevolezze, a condiscendenze, che finiscono per corrompere e guastare le anime dei loro figli. Francesco, insomma, era nelle aspirazioni paterne destinato a prendere al momento opportuno le redini della grande azienda commerciale della famiglia. Forse sente anche il peso delle aspettative del padre su di se (X-Factor - Veline - Amici...). Francesco ci viene presentato come un attivo e abile collaboratore del padre, un mercante anche egli già formato, se non appena riflettiamo su una circostanza che qui va sottolineata, mentre è spesso, per gusto di coloritura romantica, sfumata, se non addirittura taciuta. Nel Medioevo, a 20 anni, si veniva considerato un uomo fatto, da tempo completato nella propria formazione. Non era, quindi, un giovanetto perduto dietro a un mondo di sogni l'uomo d'affari che avvertì un'inquietudine sempre più consapevole, fino a giungere a quel completo rovesciamento di valori che si chiamava «conversione» Possiamo dire che Francesco fu un giovane come tanti altri: sicuro di sé, forse anche spavaldo, che si illudeva di poter conquistare il mondo intero mentre non era padrone di un'ora sola della sua vita; che non pensava a Dio perché occupato in mille pensieri, che tuttavia non riuscivano a dare completo appagamento alle passioni dell'animo suo. Infatti, se si fosse sentito completamente appagato non avrebbe avvertito, a un certo momento, l'esigenza di cambiare. Era triste, per questo? No, non era triste, o, almeno, non lo mostrava. Tuttavia gli mancava qualcosa, e lo dimostra il fatto che sognava di compiere nel futuro avventure sempre più grandi. Ma... le creature da sole non potranno mai appagare completamente il bisogno concreto di felicità che c'è nel cuore di ogni uomo. Soltanto il creatore lo può, perché il cuore umano ha bisogno infinito di amore e Dio è linfinito Amore. Il dramma di tanti uomini, di tanti ragazzi e giovani, è proprio questo: avvertire un'inquietudine nascosta, un'insoddisfazione che non appare chiaramente eppure inesorabilmente corrode. Allora ogni gioia diventa fugace, soddisfa per un solo momento e poi lascia più insoddisfatti di prima. Così si cercano sensazioni sempre nuove - il dramma è tutto qui - che, si pensa, possano dare ciò che (ma non si sa bene che cosa) incosciamente e disperatamente si cerca. In tale modo si finisce per entrare in un circolo vizioso che non lascia via di scampo e consegna gli uomini, sempre più preda di un'interiore solitudine, al vuoto che piano piano li inghiotte.

Francesco stesso ha vissuto questi momenti? Non lo sappiamo. Era molto riservato riguardo ai moti interiori del suo spirito. Sappiamo da lui, lo dice nel suo Testamento, che «era nei peccati», ma niente di più. Viveva, cioè, lontano da Dio, tutto intento ad altri pensieri. Ma se in seguito ha conosciuto una pienezza di gioia prima sconosciuta, questo vuol dire che tutte le sue passate esperienze non gli avevano dato ciò che cercava. Molti altri giovani, anche ai nostri giorni, avvertono un'inquietudine dentro di loro, ma non hanno il coraggio di saltare il muro, come fece Francesco, e continuano a vivere nel dubbio e nel tormento. Sappiamo dai suoi primi compagni, che ricordano episodi che scandirono il suo «cammino interiore», che dopo che il Signore lo ebbe visitato per la prima volta, ne provò infinita dolcezza: «e da quell'ora smise di adorare se stesso, e presero via via di fascino le cose che prima amava. il mutamento però non era totale, perché il suo cuore restava ancora attaccato alle suggestioni mondane. Mentre svincolandosi man mano dalla superficialità, si appassionava a custodire Cristo nell'intimo del suo cuore; e nascondendo allo sguardo degli illusi la perla evangelica, che intendeva acquistare a prezzo di ogni suo avere, spesso e quasi ogni giorno si immergeva nell'orazione. Vi si sentiva attratto dall'irrompere di quella misteriosa dolcezza che, penetrandogli sovente nell'anima, lo spingeva alla preghiera perfino quando stava in piazza o in altri luoghi pubblici» (FF 1403). Una domanda inizierà ad abitare Francesco, in questo periodo: Signore, cosa vuoi che io faccia? Si, Francesco ha intuito che cè una novità da accogliere nella sua vita, che cè un modo nuovo di vivere per dare soddisfazione alla sua inquietudine, ma non sa come tutto questo si può concretizzare. Signore, cosa vuoi che io faccia? Questa domanda mette Francesco in uno stato di ricerca che lo porta a girovagare per queste valli, ansioso di una risposta. E, un giorno, si trova proprio qui, a S. Damiano. Vede questa chiesetta, piccola, insignificante, semi diroccata. Entra. Alza lo sguardo. E, i suoi occhi, incontrano gli occhi del crocifisso. Due sguardi si incontrano. Si sostengono a vicenda, e... ad un certo punto sente, Francesco, una voce dentro di se che gli dice: Francesco, và e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina. Credete che Francesco abbia capito quello che gli è successo? No. Non lo ha capito subito. Subito ha capito delle cose, che poi si riveleranno non fondate... almeno per come le aveva percepite lui. Qui inizia una nuova ricerca di Francesco. Non sa. Ha sentito! Ha avvertito! Ma cosa? Dove lo porterà ciò che gli è accaduto? Non importa... la dolcezza e tanta... è troppa... e non può più rinunciarvi. Francesco decise, comunque, di rispondere, in qualche modo, a quella sollecitazione venutagli dal crocifisso. Non capì bene le sue parole - il crocifisso gli aveva detto: «Va, Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» e cominciò a restaurare la chiesa di S. Damiano che era in stato di decadenza. «Quanto abbia tribolato in questi restauri, sarebbe lungo e difficile raccontarlo. Abituato ad ogni delicatezza nella casa paterna, eccolo ora portare pietre sulle spalle, soffrendo molti sacrifici per servire Dio» (FF 1421).

E la gente cosa diceva vedendo il figlio del ricco mercante lavorare come uno schiavo? «La gente lo derideva prendendolo per pazzo. Ora gli facevano dispetti. Il padre stesso credendolo irrimediabilmente perduto lo malediceva. Si facevano beffe di lui. Fu un momento durissimo per Francesco, in cui solo con il Signore, dovette affrontare il giudizio di una intera città. Il giudizio della gente... Quanti si lasciano bloccare da questo giudizio! Quanti non riescono a liberarsi dall'opinione comune! Gli altri, cosa diranno, poi? Non lasciarsi condizionare dalla paura del giudizio altrui è in fondo un cammino di libertà: Francesco lha compiuto fino in fondo, riuscendo a vincere se stesso e le proprie debolezze con non poca difficoltà.

«E di poi stetti un poco e uscì dal mondo» (FF 110). Uscire dal mondo significava l'abbandono di un modo di vivere. Francesco intuì che doveva percorrere una via nuova, diversa da tute le altre, ma questo avvenne solo dopo un certo tempo. Intanto che egli non comprese appieno la sua strada, lo dice lui stesso, nessuno gli diceva cosa dovesse fare. I primi tempi li passò da solo e furono durissimi: circa due anni, durante i quali egli dovette sopportare scherni e insulti: «Il pazzo! Il pazzo!».

2. S. Maria Maddalena: L'intuizione si fa «chiara»
«Mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi» Quando Francesco si è «convertito»? Quando ha veramente incontrato il Signore? Vi fu un momento in cui si può dire che Francesco avvertì il cambiamento? Ammesso il fatto che ogni conversione è un itinerario personale verso Dio, insondabile e misterioso come gli abissi della acque. Difficile parlarne per chi si trova a viverla. San Paolo non dice niente della sua conversione, di come avvenne. Dice soltanto: «Colui che mi scelse sin dal seno di mia madre e scompiacque di rivelare a me suo Figlio»; è Luca, non Paolo, che ci racconta levento di Damasco. Francesco, nel Testamento, fissando in semplicità lapidaria tutta una complessa e sofferta evoluzione psicologica, dice: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse fra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza danimo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» (FF 110). Poche righe, ma precisano il momento decisivo, la scelta determinante di un processo spirituale, che culminano in un rovesciamento di valori indicato, nella maniera più netta, con lantitesi amaro/dolce e nel fatto che ha determinato questo rovesciamento, l'incontro con i lebbrosi. Come Francesco considera tutto il tempo che ha preceduto il suo mutamento decisivo? «Essendo io fra i peccati» = Con queste parole una vita intera, dall'infanzia alla maturità, è condannata in maniera globale e, nello stesso tempo, segnata da un'indicazione provvidenziale, nella quale egli si riconosce, per non dire che si identifica. Quali erano questi peccati?. Certo, non ha voluto indicare delle colpe precise, ma una vita legata ai piaceri e ai godimenti del secolo e dimentica non esplicitamente di Cristo, ma, di fatto. Possiamo sintetizzare con una frase: la vita estetica (i belli con i belli, i sani con i sani, gli intelligenti con gli intelligenti. e i lebbrosi? Fuori!).

Allora, l'inizio della conversione di Francesco, stando a quanto egli ci dice nel Testamento, non è la voce del Crocifisso di S. Damiano. Francesco non nomina questo episodio, non nomina il restauro della chiesa. Mi sembrava cosa troppo amara, insopportabile per me vedere, solo vedere, i lebbrosi. Lui mi «spintonò», condusse tra loro. Come è accaduto ad Abacuc, il profeta preso per i capelli da Dio.

Tu hai mai visto un lebbroso? Puoi immaginare cosa significhi incontrare un lebbroso. Francesco era di famiglia agiata, non conosceva né fatica, né fame, vestiva con seta e broccato ed era assistito in ogni cosa. Immagini quale sforzo deve essergli costato avvicinare i lebbrosi? Sentiamone il racconto: FF A Francesco succede una cosa strana: FF 1407, l'incontro con il lebbroso, che non è stato il superare il senso di «ribrezzo». Ha «segnato» il punto vero della conversione, formulata secondo lespressione della vecchia traduzione, «Smise di adorare se stesso».

Che cosè l'incontro con il lebbroso? E' la trasfigurazione di Francesco. Lo racconta lui stesso nel Testamento. Cosa è successo? Dalle FF abbiamo l'immagine di Francesco che «cavalca» e incontra il lebbroso. - prima reazione: andarsene - seconda reazione: si ferma, non sa perchè. Francesco ferma il cavallo e scende. Va incontro al lebbroso, lo abbraccia, lo bacia e gli dà il denaro, poi torna indietro e sale di nuovo sul cavallo. «scende» = il Signore mi chiama a «scendere» dalla mia vita. Scendendo io entro dentro quella realtà profonda, dentro la lebbra = peccato (Levitico). Francesco incontra il peccatore, il peccato. Incontra chi? Il lebbroso va via, non cè più. Incontra se stesso. Francesco ha incontrato lo schifo di sé: in quel momento ha smesso di adorare se stesso. Ha avvolto quel lebbroso con un abbraccio e un bacio. Se non sappiamo abbracciarci, se non sappiamo guardarci con misericordia... Cosa scopre Francesco? Che Dio, quello che lo interpellava, non cera nella sua vita, perché era abitato da altro.. e, allora, «smette di adorare se stesso». Ha smesso di essere al centro della sua attenzione. E, incontrando il peccato, incontra la povertà del suo essere e abbraccia questa povertà Cambiano le vesti, cambiano anche di colore. Diventano le vesti di «povertà» perché scopre la povertà dentro di sé.

  1. Entusiasmo: vende tutto, anche il cavallo
  2. Paura: del giudizio, matto, ha paura di suo padre e si nasconde. Francesco ha paura di Dio, che sta  facendo sul serio.
  3. Fino a quando non ritorna all'«ordinarietà». Gesù ha toccato la vita di Francesco, e Francesco torna alla vita di prima, ma trasfigurata.

Lo smettere di adorare se stesso, ha bisogno di passare di qui. Non cè niente di scontato nella nostra vita. I desideri di camminare meglio, a volte, naufragano nelle amarezze della nostra vita. Occorre, cioè, che scendiamo da cavallo. La nostra vita non è trasfigurata, è ancora abitata dalla paura. Siamo ancora troppo vincolati dai nostri progetti mondani. Smetterla con le paure. C'è la certezza che Dio è nella nostra vita. Dobbiamo chiedere al Signore che ci aiuti a prendere questa risoluzione nella nostra vita. Se tolgo le cose che «devo» fare, dovè Fr. Albino? Dove siamo? Spesso viviamo fuori di noi, viviamo delle cose che facciamo! Dio non è il «primo» valore, Dio è l'unico valore. Spesso facciamo fatica perché vogliamo essere quello che non siamo. Noi vogliamo «progettare» anche la conversione, ma la «conversione» non è progettabile. Occorre vivere con più semplicità = capacità di lasciarci guidare dallo Spirito. Noi siamo tanto «amari» perché non accettiamo il «fallimento». Abbiamo bisogno di sperimentare nella vita i vari passaggi. Abbiamo bisogno di lasciarci «portare» nella vita. Che cosa ci interessa più di tutto? Richiamarci ad una «semplicità» di vita e anche a guardare la nostra vita.

Il lebbroso era un morto civilmente. Per loro era vietato l'ingresso in città. Lo stesso passaggio per le strade era soggetto a misure restrittive. Dovevano evitare le vie frequentate, bisognava avvertire con il suono di campanelli o di altri strumenti o, magari, con la voce. Vivevano fuori dalle mura, erano miserabili, ammalati, abbandonati a se stessi, al massimo accolti in qualche ospedale, ospizio. Con i lebbrosi, Francesco, ha capito che bisognava vivere espropriati di tutto, per poter divenire compagno di strada degli ultimi. Inizia ad avvicinarsi a Cristo, che «da ricco che era si fece povero per noi». Questo è il momento decisivo della conversione di Francesco. Francesco, guardate, non ha scelto la povertà in contrapposizione alla ricchezza. No. Momento decisivo della conversione di Francesco è il passaggio da una condizione umana all'altra, l'accettazione del proprio inserimento in una marginalità (spettacolarità), l'ingresso fra gli esclusi, la cui caratteristica, appunto, era l'essere rifiutati da tutti per la loro condizione di orrore. Lo specifico proprio della sua conversione era stata la scelta dell'emarginazione. La «marginalità», lui sempre al centro dell'attenzione, diventa, per Francesco, il tratto qualificante della sequela di Cristo. Questo per lui è il «seguirne le orme». Francesco, per esempio, non ha scelto la povertà. La povertà radicale vi fu, ma fu un elemento che scaturì come necessaria conseguenza di un'altra scelta ben più radicale, profonda e coinvolgente: la scelta dell'emarginazione. Chiaro, questo richiedeva anche essere poveri. Tu non puoi andare incontro al povero con la «potenza» delle tue ricchezze.

«Usai con essi misericordia» = Misericordia = dare il cuore ai miseri/poveri. Ecco la grandezza di Francesco. «Mi concesse di iniziare a fare penitenza». Come? Iniziando a «fare misericordia». Fare penitenza vuol dire fare misericordia. L'amore di Dio, nella Bibbia viene generalmente espresso con due termini. Uno è «kesed», che indica l'amore viscerale, materno di Dio. E, l'altro, è «Heemet» he indica la fedeltà. Questo amore viscerale di Dio conviene meno neppure quando tu rifiuti la sua paternità. Lui continua a rimanerti padre. «Hemed» e «Kesed», un amore indissolubile. Dio non si spaventa del nostro peccato. Non sarà il nostro peccato da impedire che la misericordia di Dio operi, agisca. Allora, «fare penitenza», cioè «cambiare mentalità» significa assumere la mentalità misericordiosa di Dio, cioè «fare misericordia». Dio ti fa misericordia perché tu diventi misericordioso.

Quell'incontro fu dirompente per Francesco e ribaltò il suo modo di vedere e di pensare se stesso, il mondo e il mistero di Dio. Quando se ne andò da loro, tutto era stato convertito, il giovane aveva ottenuto un nuovo universo mentale, un nuovo ordine e una nuova logica. E se da una parte egli tace su quando e dove ciò avvenne, è invece molto esplicito e preciso nel dirci come si realizzò, sintetizzandolo con una sola parola risolutiva: «io feci misericordia con essi». L'itinerario di conversione vissuto da Francesco, fu sicuramente molto più ricco e complesso. Eppure, Francesco, prossimo alla morte e desideroso di lasciare ai suoi frati una memoria preziosa degli eventi importanti della sua vita, il ricordo essenziale, a cui egli attribuì un valore determinate fu il tempo trascorso con i lebbrosi. Quell'incontro non solo non fu mai dimenticato da Francesco, ma fu il primo che ritornò alla sua memoria nel momento in cui volle raccontare di sé. Francesco non scordò più quell'evento perché nel momento in cui donò se stesso ai più poveri ed emarginati di quella società, dimenticando per la prima volta la sua persona, ebbe lintuizione della via della vita.
Misericordia (= miseri cor dare) significa donare il cuore (la parte più preziosa ed esclusiva) al misero, a colui che non può ripagarti. Vivere è vivere nella misericordia/penitenza, cioè regalarsi a coloro che Dio ci pone davanti senza pretendere nulla, senza obiettivi, senza schemi, senza progetti, senza interessi, senza guadagni. Con i lebbrosi aveva compreso che il dono di sé, umile e paziente, spesso non cambia la storia: i lebbrosi, dopo Francesco, rimasero lebbrosi. Eppure quel dono gratuito di misericordia cambiò nella sua radice il cuore di Francesco e gli donò le risposte fondamentali alle domande centrali della sua vita: chi sei tu e chi sono io? Aiutato dai lebbrosi egli per la prima volta comprese dal di dentro il mistero di un Dio che è misericordia manifestatasi nel dono di sé crocifisso, dove l'amore non chiede nulla e dona tutto. Grazie ai lebbrosi egli ottenne anche il dono di una nuova identità: abbandonò definitivamente l'idealità del cavaliere e scoprì quella di fratello minore. Francesco, grazie ai lebbrosi scopre il Vangelo della misericordia. Nei lebbrosi, infatti, Dio gli aveva rivelato il Vangelo della misericordia e, dunque, la sua vocazione.

Cosa è avvenuto in quel periodo trascorso da Francesco tra i lebbrosi? E' perché è stato così risolutivo e trasformante per la sua vita? E quale novità ha prodotto nel modo di pensare e sentire del Giovane Francesco? E come se lui ci dicesse: «Quanto racconterò sarà la vicenda di come il Signore dette a me, frate Francesco, di iniziare a fere penitenza. Vivevo una situazione di amarezza perché ero nei peccati, perché ero lontano da Dio, perché Dio non era parte della mia vita, dei miei progetti». Francesco racconta solo uno stato di cose difficili («amaro»), ma anche un «malessere» verso una possibile e desiderata nuova condizione. Quanto è importante vedete che noi impariamo ad ascoltare anche i nostri malesseri! Impostare la propria esistenza lontano da Dio o indipendentemente da Dio significa per Francesco entrare nell'amarezza della vita. «Al di là di ogni fragilità e incoerenza, il vero essere nel peccato è il rifiuto di questa Presenza, è il rinnegamento della sete più grande e profonda del cuore» (F. De Lazzari, Il Testamento di S. Francesco, Assisi 1988, p.26). La trasformazione - notate - avviene non per volontà del protagonista, di Francesco, ma per l'intervento di Dio che entra nella vicenda prendendone la guida e attuando nella vita di Francesco un «rovesciamento» che lo conduce là dove egli mai sarebbe andato di sua spontanea volontà. Tutto si tramuta. L'amaro diventa dolce. E Dio, dunque, che prende l'iniziativa nei confronti di Francesco. E a lui si rivolge chiedendogli di fare qualcosa, e in questo caso di iniziare a fare penitenza. E' un atto benigno e gratuito di Dio, cioè è un dono, un regalo fatto da Dio a Francesco. «La benignità e la generosità del Signore concesse, permise, regalò a me, frate Francesco, di iniziare a fare penitenza». Questo sta dicendo Francesco. Come se dicesse: «Il Signore mi ha chiamato per nome per fare una storia precisa con me. Egli mi ha concesso, mi ha rivelato, mi ha fatto comprendere, operando delle meraviglie e soprattutto concedendomi una coscienza di me nata dal suo rapportarsi con me». Noi lo sappiamo: un uomo ha un nome, cioè un'autoscienza, non perché «si è fatto un nome», come tentavano di fare gli uomini costruendo la torre di Babele, ma perché qualcuno l'ha chiamato con quel nome. L'uomo a cui Dio si era rivolto più volte chiamandolo per nome, Francesco, è colui che, avendo sperimentato la gratuità e la benevolenza del Signore, è cosciente del suo essere povero e servo, perché non gli appartiene quanto ha, ma ne è solo l'amministratore. D'altro canto, egli è consapevole della responsabilità che ha ricevuto. Francesco è l'uomo che riceve dal Signore la sua storia e che aderisce ad essa con forza e responsabilità.

Stetti un poco ed uscii dal mondo.

3. Rivotorto: l'intuizione diventa «forma di vita»

Francesco ha con assoluta chiarezza operato una scelta precisa: non è più un ricco mercante, ma un emarginato fra gli emarginati. Egli è lebbroso fra i lebbrosi, povero fra i poveri, derelitto fra i derelitti. Ha ormai compiuto il passo decisivo, l'abbandono del mondo in cui viveva, anche se come persona fisica continua a farne parte. Dopo la sua scelta si poneva il problema di come tradurla in atto.

Inizia il contagio. Ora questo «pazzo» diventa un interrogativo inquietante per tante persone, per tanti giovani della sua città. Il cambiamento si vede, si percepisce, si intuisce. Francesco diventa segno di qualche cosa che è inspiegabile a parole ma che esercita un fascino a cui non ci si può sottrarre. Iniziano ad arrivare i primi compagni che si vogliono unire a lui e desiderano vivere come lui, fare la sua stessa esperienza, provare la sua stessa gioia. Arriva Bernardo da Quintavalle, altro ricco mercante. Poi Pietro Cattani, un prete. Con loro inizia la «fraternitas». Ci rendiamo conto che per Francesco non il personale incontro con il vangelo fu il secondo incontro determinante, ma quello in cui iniziò ad avere dei frati. Ce lo dice lui stesso, senza equivoci, in uno dei passi centrali del suo Testamento:
«E dopo che il Signore mi diede dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovessi vivere secondo il modello (la forma) del santo Vangelo. Ed io con poche parole ed in semplicità disposi che lo si scrivesse e il signor Papa me lo confermò» (FF).

Francesco visse un periodo di incertezze, non certo quanto alla decisione presa e rimasta immobilmente ferma di uscire dal mondo, ma su quel che dovesse fare egli stesso con quanti gli erano fraternamente uniti.

L'arrivo dei primi compagni costituisce unulteriore discernimento, un'ulteriore conversione di quell'«intuizione» avuta perché questa diventi concreta «forma di vita». L'arrivo dei compagni fa comprendere ha Francesco che è chiamato ad una doppia trasformazione: da una vita da solo, fin qui condotta, ad una esistenza condivisa con altri, diventando così «frate Francesco»; e da una vita secondo lo stile eremitico, come aveva condotto in questi due anni, ad una vita di relazioni umane scelte e vissute secondo la forma del Santo Vangelo.

Quel «pazzo» contagia. Ecco, gli elementi costitutivi che daranno la svolta definitiva allesistenza di Francesco sono: l'ascolto del Vangelo, che radicalizza la sua scelta di vita minoritica e pellegrina e l'arrivo dei fratelli.

La sua esistenza è stata segnata, da come leggiamo nel Testamento, da questi due momenti che determinano l'inizio e la conclusione di una ricerca della volontà di Dio: vi è un evento iniziale e decisivo della conversione legata all'incontro con i lebbrosi e un punto di arrivo definitivo, quando dopo essere giunti dei fratelli, Francesco andrà a Roma per ricevere la conferma di quanto Dio gli aveva rivelato attraverso il Vangelo.

4. Assisi: L'intuizione si fa perfezione e profezia. Testamento di S. Francesco d'Assisi

  1. Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia . E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.
  2. E il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché Con la tua santa croce hai redento il mondo. Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell'altissimo Figlio di Dio nientaltro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri. E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in un luogo decoroso. E dobbiamo onorare e rispettare tutti i teologi e coloro che annunciano la divina parola, così come coloro che ci danno lo spirito e la vita .
  3. E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io con poche parole e semplicemente lo feci scrivere, e il signor Papa me lo confermò. E quelli che venivano per ricevere questa vita, davano ai poveri tutte quelle cose che potevano avere; ed erano contenti di una sola tonaca rappezzata dentro e fuori, quelli che volevano, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più. E dicevamo l'ufficio, i chierici come gli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster, e assai volentieri rimanevamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e soggetti a tutti.
  4. E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di lavoro quale si conviene all'onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro ma per dare l'esempio e tener lontano l'ozio. Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore chiedendo l'elemosina di porta in porta. Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: Il Signore ti dia pace . Si guardino i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non siano come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini (Cfr 1Pt 2,11). Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, ovunque sono, non osino chiedere lettera alcuna nella curia romana direttamente o per mezzo di interposta persona, né per le chiese, né per altri luoghi, né per motivo della predicazione, né per la persecuzione dei loro corpi, ma, dove non saranno ricevuti, fuggano in altra terra a far penitenza con la benedizione di Dio. E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di darmi. E così io voglio essere schiavo nelle sue mani che non possa andare e fare oltre l'obbedienza e la sua volontà, poiché egli è mio signore. E sebbene sia semplice ed infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico che mi reciti lufficio, così come è detto nella Regola. E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire così ai loro guardiani e recitare l'ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non recitano l'ufficio secondo la Regola o volessero comunque variarlo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, appena trovato uno di essi, a consegnarlo al custode più vicino al luogo dove l'avranno trovato. E il custode sia tenuto fermamente per obbedienza, a custodirlo severamente come un uomo in prigione, giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano, finché personalmente lo consegni nelle mani del suo ministro. E il ministro sia tenuto fermamente per obbedienza a farlo scortare per mezzo di frati che lo custodiscano giorno e notte come un prigioniero, finché non lo consegnino al cardinale di Ostia che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità. E non stiano a dire i frati che questa è un'altra Regola; poiché questa è un ricordo, un'ammonizione, una esortazione e il mio testamento che io frate Francesco poverello faccio a voi, fratelli miei benedetti perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore. E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi per obbedienza siano tenuti a non aggiungere e a non togliere niente a queste parole. E sempre tengano con sé questo scritto insieme con la Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole. E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente per obbedienza che non aggiungano spiegazioni alla Regola e a queste parole dicendo: Così si devono intendere; ma come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere la Regola e queste parole con semplicità e purezza, così semplicemente e senza commento dovete comprenderle e santamente osservarle sino alla fine.

E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell'altissimo Padre, e in terra sia ripieno della benedizione del diletto Figlio suo col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi. Ed io, frate Francesco, il più piccolo dei frati, vostro servo, come posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. Amen.

Domande per la riflessione

Ci sono momenti in cui sai stare da solo per dialogare con te stesso? Coltivi una vita interiore o preferisci fuggire verso l'esterno? - Sai fermarti ad ascoltare la tua vita, i tuoi sentimenti, le tue paure, i tuoi sogni, oppure sei frenetico e passi nevroticamente da una attività o da una persona all'altra? - Hai paura della solitudine, cioè di quei momenti in cui sei chiamato a stare solo davanti a te stesso? Li eviti, li fuggi? - Sei capace a riconoscere il mistero che abita la tua alterità e ritrovi in te stesso la traccia di quella Presenza misteriosa e discreta che chiamiamo Dio?

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